Luca Pietro Nicoletti, Rosanna Forino & Roberto Vecchione MUSEO DELLA PERMANENTE Milano maggio 2013

Luca Pietro Nicoletti, Rosanna Forino & Roberto Vecchione MUSEO DELLA PERMANENTE Milano maggio 2013 –  mostra a cura di Luca Pietro Nicoletti. Lunedì 6 maggio 2013, alle ore 18.00, inaugurazione de Il ritmo delle pause della pittrice Rosanna Forino e dello scultore Roberto Vecchione. L’esposizione alla Permanente proseguirà fino al 24 maggio. Luca Pietro Nicoletti, Il ritmo delle pause, dalla presentazione della mostra – «Ho la sensazione» scriveva l’accademico russo Dmitrij Lichacov nel marzo del 1990, «di aver visto la sua pittura tantissimi anni fa (dentro alla natura, nel cielo, in mezzo al Mar Bianco o ad un lago».

Proprio in quel mese, Rosanna Forino aveva inaugurato una sua mostra antologica presso la Fondazione Culturale Sovietica di Mosca. Una mostra che testimoniava una nuova e inedita apertura culturale: non era così comune, come fece notare Lev Razgon sul settimanale politico sovietico “Tempi nuovi” (aprile 1990), che un istituto culturale dell’Unione Sovietica accettasse di accogliere una mostra di pittura astratta, dato la vita difficile che aveva avuto nei decenni precedenti. […] >

La critica si è concentrata in particolare su due aspetti del suo lavoro: da una parte, soprattutto a date più remote, sul debito, o meglio sul dialogo, della composizione astratta con il mondo naturale; dall’altra, invece, uno dei motivi ricorrenti riguarda la musicalità intrinseca alle forme astratte fluttuanti. […] Alberto Veca, presentando la personale alla Galleria Vinciana (2008), non ha dubbi: «L’allusione a una figuratività è costante nel lavoro dell’artista, una meditazione sul “paesaggio”, inteso come esplorazione delle coordinate spaziali in cui l’uomo determina la propria posizione rispetto allo spazio e al tempo, alla propria storia: questo mi sembra l’elemento determinante i recenti “cicli” di lavoro: l’allusione alla profondità nella serie Oceanie in cui era prevalente una lettura “alto/basso”; l’illusione di architettura, di scena teatrale nel ciclo Blu oltremare».

La geometria empirica di Rosanna Forino si fonda su una sequenza di campiture di forma-colore, cioè di sagome come limite esterno di un’area cromatica fluttuante su un campo bianco. Talvolta queste assumono la forma di rombi, di losanghe, di triangoli allungati come vele o lance. In altri casi sono impronte di pennello intriso di colore. Solo su questo presupposto Rosanna interviene con tratto nero e sottile che funge da raccordo fra le campiture colorate, inserendo un elemento temporale (la scansione delle forme nello spazio) e narrativo (l’accadimento che provoca movimento dentro una struttura altrimenti inerte). In questo modo, infatti, è «possibile far coesistere il linguaggio immediato della traccia di pigmento lasciata sulla superficie e quello più meditato che scava all’interno della figura, anche a partire dal suo profilo: segni diversi che corrispondono a tempi diversi con cui l’opera risulta finita: un gioco di pesi è di riequilibri della composizione perchè l’effetto finale possa essere equilibrato».

Tutto questo vale, in particolare, nei lavori realizzati negli anni 2000, da quando si verifica nella sua pittura una rarefazione degli elementi: non c’è più un colore che dilaga nel campo. Tutto questo porta, come ha osservato giustamente ancora Veca, sempre nel 2006, a una «“riduzione” a forme geometriche di figure altrimenti formalmente indefinite: della precedente provvisorietà hanno mantenuto, almeno nella prevalenza, una disposizione instabile nel campo, dove domina, diversificato, l’andamento diagonale rispetto all’ortodosso sistema orizzontale/verticale».

Si è parlato, per l’opera di Roberto Vecchione, di scultura “come progettualità” (Angelo Rovetta) e di “scultura traslata” (Bruno Munari). Entrambe le definizioni mettono sinteticamente in evidenza gli aspetti fenomeno logicamente più rilevanti del suo modo di intendere la forma e, soprattutto, dell’approccio dell’artista alla scultura. Per decriptare la lingua plastica di Vecchione, infatti, bisogna smontare il procedimento tecnico per riconoscerne le basi problematiche e stilistiche, e solo in questo modo si potrà capire che cosa intendesse l’artista stesso quando definiva il proprio lavoro una «manifestazione assoluta di un numero, di un calcolo matematico-geometrico e delle sue proprietà virtuali».

Si tratta infatti di una scultura “mentale”, di rigoroso impianto astratto-geometrico pensato secondo cadenze modulari, lavorando sui principi della ripetizione, della traslazione e della simmetria, ottenute attraverso fusioni in alluminio «eleganti, sinuose, barocche nell’accezione della continua ricerca della luce e dell’ombra» (Stefano Soddu). […] La scultura di Vecchione è struttura più che volume, scheletro che delimita tramite spigoli netti e profili mistilinei i confini di uno spazio. È arte del costruire, di concepimento architettonico ma anche senza ambizioni architettoniche.

Dell’architettura condivide infatti l’approccio progettuale, il fatto di nascere solo dopo un accurato studio grafico; nella sua articolazione spaziale, però, non aspira alla monumentalità, pur avendo avuto, in alcuni casi, destinazioni pubbliche: nella sua dialettica di pieni e di vuoti non costruisce spazi abitabili, o attraversabili, ma delimitano uno spazio che solo l’aria e la luce possono attraversare.

D’altra parte, le strutture che Vecchione ha scelto di adottare non sono l’arco o la porta, ma la colonna e la stele, con il loro fusto che svetta verso l’alto e aspira all’infinito, aiutato da un volume scavato al suo interno che si fa, talvolta, via via più rarefatto. Lo scultore stesso, infatti, scriveva che «la luce dell’ambiente converge e cade sulla e nella scultura, accentuandone la verticalità leggera e tesa; i vuoti che ritmano la superficie e l’interno della materia, grazie alla loro geometricità e alla loro ricorrenza sistematica, mettono in evidenza una ricerca di equilibri volumetrici delle masse».

Proprio su questo aspetto si era concentrata l’attenzione di Bruno Munari, il quale aveva acutamente messo in luce i meccanismi della “fantasia” con cui nascevano queste grandi steli e colonne: «Roberto Vecchione, nella progettazione dei suoi oggetti, applica la regola di traslazione, usa elementi uguali e li dispone nello spazio a distanze uguali. Ma così detto, il suo principio sarebbe troppo elementare. Il gioco nasce quando si applicano più regole insieme. Intanto bisogna dire che Vecchione non usa forme ma vuoti di forme per cui mette in evidenza lo spazio tra queste forme». Talvolta, invece, inverte il meccanismo, usando solo il volume cilindrico, quasi fosse il pieno che ha rimosso dalle cavità forate dei propri parallelepipedi di alluminio, come per le sculture realizzate per l’ambone della chiesa di Pieve Emanuele, appena fuori Milano.

[…] Per completare il quadro, però, bisogna aggiungere che oltre ad essere una scultura di progetto, quella di Vecchione è anche scultura “da officina”, che nasce passando di bottega in bottega per saldare, tornire e fresare le varie parti che costituiranno la scultura. L’artista ne vigila con attenzione ogni passaggio, istruisce l’artigiano, e controlla ogni fase di svolgimento del lavoro, scandisce i tempi e coordina le operazioni. […] È una logica conseguenza che nel lavoro di Vecchione il momento operativo sia scisso da quello ideativo, anzi che si arrivi alla realizzazione pratica solo dopo un attento lavoro di progettazione. […] Del resto, Vecchione concepisce un genere di scultura che non richiede un intervento manuale in senso stretto: la mano non scava e non modella, ma guida la macchina che realizzerà i fori e le saldature. Per questo è necessario un lavoro di previsione sul lavoro, una «conoscenza e rispetto della materia in cui e con cui si opera». Tutto questo, si può riassumere con le parole dell’artista stesso, quando dichiarava la necessità di una «moralità intrinseca all’atto stesso di progettare». Non bisogna però nemmeno dimenticare che questo rigore della geometria travalica i limiti della fredda razionalità: quando la luce proietta il ricamo d’ombra che completa queste sculture nell’ambiente, ci si rende conto che Roberto Vecchione, con i suoi fori tondi e cilindrici, ha costruito della poesia.

Luca Pietro Nicoletti

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